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VOLLEY Muri ad opzione

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martedì, 9 ottobre 2012


Serie B, tra diritti, ambizioni, giovani e soldi

Sette squadre regionali in serie B, e non succedeva dalla stagione 2008/2009. Due squadre femminili in B1, e non era mai successo. Tante giocatrici e giocatori regionali nelle varie rose, e soprattutto tanti giovanissimi. Le premesse per la stagione nella serie cadetta sono senza dubbio entusiasmanti. Nel femminile ci saranno due squadre nel terzo torneo nazionale, Trentino Rosa Pergine e Neruda: entrambe ci sono arrivate non grazie ai successi sul campo, ovvero comprando o scambiando i diritti, ma quello che conta è la sostanza. Ovvero, finalmente, il volley di alto livello sbarca (o meglio ri-sbarca) in Trentino Alto Adige. Restando tra le ragazze vanno aggiunte le tre formazioni in B2, Lizzana, Ata e Argentario. Formazioni con storie, obiettivi e filosofie molto diverse, ma comunque tre squadre da seguire con grande interesse ed attenzione. Nel maschile la situazione è meno rosea: sembra lontana anni luce la stagione con tre squadre in B1 e due in B2, in gran parte composte da atleti trentini. Ai nastri di partenza, per il terzo anno consecutivo, si presentano infatti «solo» Trentino Volley e Argentario, anche loro in serie cadetta grazie agli scambi di diritti dopo le retrocessioni sul campo (i baby gialloblù l’anno scorso, la compagine di Cognola due stagioni fa). FEMMINILE Il primo dato importante riguarda il numero di atlete regionali: nelle rose delle cinque squadre (un totale di 63 atlete) ci sono ben 39 ragazze trentine e altoatesine. Nello specifico sette su dodici per le due formazioni di B1, dieci su dodici per l’Ata, undici su quattordici per il Lizzana e quattro su tredici per l’Argentario. Insomma: che sia per questioni tecniche o economiche, per tutte quelle giocatrici che vogliano e abbiano i mezzi per giocare in un torneo nazionale lo spazio c’è. Un altro aspetto interessante, sfogliando le varie rose, è legato alla scorsa stagione di serie C e D. Proprio sulle pagine di questo inserto, dodici mesi fa, avevamo presentato i due massimi campionati regionali dicendo che - finalmente - tante società erano disposte a rischiare e scommettere lanciando nel sestetto le giovani del proprio settore giovanile. E i risultati si vedono già: sono molte, infatti, le ragazze che sono state promosse in serie B dopo aver fatto una bella stagione in C o in D. Certamente si tratta di un grande salto, molte di loro sono probabilmente ancora acerbe e faranno molta panchina, ma il risultato è senza dubbio da sottolineare. Nello specifico si sono meritate il grande salto Giora (ex Bozen serie C), Eliskases (ex Alta Valsugana serie C), Nicolini (ex Storo serie D), Todesco (ex Solteri serie C), Bandera (ex Torrefranca serie D, Bonafini (ex Marzola serie C), Mottes ((ex Marzola serie C), Manno (ex C9 serie C), Brugnara (ex Lavis serie C), Corradini (ex C9 serie C), Pasqualini (ex Lavis serie C), Lapegna (ex Lavis serie C), Bortolotti (ex Lavis serie C), alle quali aggiungere le ragazze del giovanile promosse in prima squadra da Lizzana e Ata. MASCHILE La Trentino Volley di Burattini si presenta a via con un gruppo come sempre giovanissimo, che sfrutterà la B2 per completare il processo di crescita tecnica potendosi confrontare con squadre di età ed esperienza superiori. La classifica la si guarderà solo di tanto in tanto, perché gli obiettivi sono ben altri. In casa Argentario, invece, la classifica la si guarderà più spesso, ma anche la compagine della collina ha dato una svolta: un allenatore nuovo dal proprio settore giovanile e tanti ragazzi promossi in prima squadra. La salvezza, però, la decideranno i «soliti noti», in particolare Rizzo e Lasko: se loro due saranno presenti e in forma, la squadra di mister Guetti potrà togliersi ottime soddisfazioni.

martedì 9 ottobre 2012, 19:06 | commenta (0)

lunedì, 28 maggio 2012


Volley? Mi Piace: mi piacerebbe ringraziare...

Lo ammetto. Ieri, dalle 13 in poi, ero piuttosto teso e preoccupato. Come sarebbe andato l’evento? Mancava qualcosa? Tutti sarebbero stati contenti? La tensione si è sciolta verso le 20, quando c’è stato quel lungo minuto d’applauso per Ricky: spontaneo, naturale, sentito, commovente, emozionante. Con la coda dell’occhio, dopo qualche secondo, ho visto una ragazza della nostra rappresentativa che si alzava in piedi e applaudiva ancora più forte. Una giovane atleta che non conosco e che probabilmente non conosceva Ricky, ma che aveva capito quel momento. Questa piccola istantanea credo descriva alla perfezione quello che è stato il pomeriggio di ieri a Volano. La grande famiglia della pallavolo, tutta insieme, pur con storie differenti, pur dopo aver combattuto e magari litigato in campo, era lì. Per guardare due partite, per sperare in una targa o in una coppa, per commentare e confrontarsi. Il Premio Semplicemente Ricky è stato senza dubbio il momento più bello e significativo, ma tutto il pomeriggio merita di essere ricordato. Le due partite, con ragazze e ragazzi che hanno giocato e sudato, tutti insieme. Poi le targhe e le coppe, le parole dei protagonisti. Il giorno dopo ti tirano le somme, si pensa a cosa è funzionato e cosa no, si raccolgono impressioni e giudizi. E si ringrazia. Personalmente - essendo una persona tutto sommato schiva - ho apprezzato i complimenti per l’idea e l’organizzazione, ma mi sento di condividerli con molte altre persone. Il merito del successo non è mio, ma di tutti. A partire dall’Adige, con il capo Guido in primis, ma poi tutti i giornalisti e fotografi che hanno seguito la manifestazione e tutta la stagione, per passare alla Fipav, che ha colto l’importanza di una manifestazione così, a SporTrentino.it, con Andrea e Nicola che quando si parla di sport e di pallavolo sono sempre in prima fila, e al Volano Volley, con i dirigenti che si sono fatti in 4 per rendere tutto perfetto. Un grazie sincero va a Franz Segala, che ha fatto la differenza: con ironia, professionalità, competenza, ha gestito il microfono per 4 ore senza sbavature. Poi Teo Burgsthaler, che deve essere un esempio per tutti i pallavolisti trentini. E, ancora, tutti i ragazzi e le ragazze che hanno giocato e allenato: senza fare torti a nessuno vorrei citare Alessandro, Filip, Andreas, Monika, Elmar, Irene e Silvia, ovvero gli altoatesini che hanno fatto più chilometri di tutti per essere presenti. Last but not least il pubblico, ovvero genitori, giocatori, giocatrici, dirigenti, allenatori, che hanno voluto esserci e penso (spero) si siano divertiti. Ecco, tutto qui. Ci tenevo a ringraziare, conscio di aver dimenticato qualcuno. Avrei mille altre cose da dire, ma così è già troppo.

lunedì 28 maggio 2012, 16:40 | commenta (0)

lunedì, 28 novembre 2011


Viva il Trentino. Anzi no, viva l'Alto Adige

Oggi ho guardato un po’ di classifiche dei campionati regionali. E ho notato una cosa. Serie C femminile: in testa Neugries, a seguire Bozen Jodler. Serie C maschile: in testa Lana e Mondo Sport’s. Serie D femminile: primo Uisp Bolzano, secondo Caldaro. B2 femminile: Neruda davanti a Rovereto e Ata. Ok, lo so benissimo: sono state giocate pochissime partite, ci sono turni di riposo e posticipi da giocare, dipende dai calendari. Benissimo. Però è un dato di fatto oggettivo che in questo preciso momento le squadre altoatesine siano mediamente superiori a quelle trentine. Se pensiamo poi che in A1 ci giocano due bolzanine (Folie e Fiori), il quadro è completo.

Il rovescio della medaglia sono in numeri: in serie C femminile ci sono due formazioni dell’Alto Adige «contro» undici trentine (11-3 in serie D). Nel maschile due «tedesche» contro dieci «nostrane» (e 2-0 per «noi» a livello nazionale). E anche per quanto riguarda i singoli giocatori e giocatrici a livello nazionale non c’è storia, con A2, B1 e B2 zeppe di trentini e trentine, ma non di altoatesini.

Se ne deduce che con numeri minori è più facile fare qualità? In parte può essere un ragionamento valido: è decisamente più facile fare mercato a nord di Salorno, semplicemente perché ci sono meno scelte e meno possibilità. Anche a livello economico - immagino - dovrebbe essere più facile: le squadre che si «dividono» gli sponsor sono di meno, e quindi possono godere di contributi più sostanziosi.

Però potrebbero esserci anche dei motivi «filosofici». Non conosco molto bene le realtà bolzanine, maschili e femminili, se non per averci giocato contro come allenatore o giocatore. Tuttavia è ormai proverbiale la propensione delle formazioni altoatesine per la fase difensiva e per il saper ridurre all’osso gli errori: umiltà, spirito d’abnegazione, determinazione, altruismo, organizzazione di gioco, sono qualità tipiche di queste squadre. Le caratteristiche che ho elencato sono - guarda caso - quelle fondamentali per vincere partite e campionati. Per carità, bellissimo piantare un attacco nei tre metri o fare un filotto di ace tirando a tutto braccio, ma credo che alla fine (dalla serie A fino all’under 13) vinca (spesso, non sempre) chi sbaglia meno e chi è in grado di sopperire a limiti tecnici o fisici con la determinazione e lo spirito di squadra.

Tutte queste ipotesi e ragionamenti in attesa di essere smentito dal campo o, se vorrete, da voi nei commenti qui sotto.

lunedì 28 novembre 2011, 14:33 | commenta (0)

martedì, 20 settembre 2011


Generazione autoscatto e ruolo sociale nel volley

Ogni tanto bisognerebbe fermarsi. Basterebbe fermarsi una sera, per un paio d’ore, mica per settimane. Bisognerebbe riuscire a smettere di pensare a palestre, organici, sponsor, allenatori, atleti, palloni e tesseramenti e uscire dall’inquadratura. Un po’ come un attore che, recitata la sua parte, esce dalla scena e la riguarda, magari pensando ad una scena simile fatta da un collega e girata da un altro regista. Bisognerebbe non pensare a qualcosa in funzione di un’altra cosa o di un’altra persona. Ma semplicemente analizzare, in maniera quasi filosofica. Perché questa delirante premessa? vi chiederete. Provo a spiegare. La società sta vivendo un periodo di trasformazione. C’è la tanto famosa crisi. C’è la scuola che cambia. Ci sono abitudini, ritmi di vita e rapporti umani in evoluzione. Non è certo questo il luogo per una discussione politica, sociologica o antropologica sul mondo, ma, secondo me, è evidente che queste cose incidano anche nel modo in cui affrontare lo sport, e nello specifico la pallavolo. Ecco perché bisognerebbe fermarsi e provare ad uscire dalla fotografia, per guardarla, analizzarla, e magari cambiare poi inquadratura. Come le aziende, che di tanto in tanto si affidano a ricerche e indagini per capire come cambiano i gusti della gente. E poi lanciano un prodotto fatto su misura per le esigenze delle persone: magari meno bello, geniale e originale rispetto a quello che avevano in mente, ma più funzionale. Torniamo al volley. Oggi, in Italia, quante persone vivono di pallavolo? E ci vivono con un minimo di certezze, economiche ma anche semplicemente «di prospettiva»? Credo che la risposta sia qualche centinaio. Sono una mezza cartuccia in matematica, ma poniamo una percentuale dello 0,01% sull’intera popolazione. Una ragazza o un ragazzo, quindi, avrà pochissime probabilità di poter fare una vita di sport. Se fino a qualche anno fa non era raro trovare persone che facevano una discreta carriera da giocatore, magari fino alla B1 (non necessariamente fenomeni da serie A, quindi), guadagnando stipendi buoni, per poi, una volta appese le ginocchiere al chiodo, proseguire in quel mondo, come allenatori, scout man, preparatori atletici, dirigenti, addetti stampa ecc, adesso questo percorso è quasi impossibile. Nonostante le nuove generazioni siano bistrattate, considerate senza valori, figlie di Facebook, prive di ideali, io le apprezzo molto. Ragazze e ragazzi d’oggi mi piacciono. Però, bisogna rendersene conto, sono diversi rispetto a dieci o quindici anni fa, senza andare troppo indietro nel tempo. Vivono in una società che impone loro l’individualismo - mi piace definirla la generazione dell’autoscatto -, che li tiene costantemente sotto pressione e in allerta, che tende a tarpare loro le ali, in nome, spesso, del Dio denaro. E anche nella pallavolo tutto ciò ha un peso. Come, nell’era dell’individualismo, si può emergere nello sport di squadra per eccellenza? Come, nell’era del protagonismo, si può parlare di sacrificio individuale in funzione della squadra? Come, nell’era della crisi, si può pensare di lavorare in funzione di una carriera sportiva? Detto questo credo sia fondamentale riscoprire il ruolo sociale della pallavolo. Ruolo sociale che spesso viene confuso con cazzeggiare, non impegnarsi, non valorizzare i talenti. Assolutamente. Ruolo sociale, secondo me, è l’esatto contrario. Valori come impegno, sacrificio, spirito di gruppo, portare a termine gli impegni presi, non anteporre sé stessi alla squadra, rispettare le regole: questi sono gli aspetti sociali che devono essere insegnati ogni giorno. Poi, se qualche ragazzo emerge, per queste qualità e naturalmente per quelle tecniche e fisiche, è giusto che abbia la possibilità di andare avanti, di investire nella propria carriera, di avere il meglio per crescere e migliorare. Ma è anche giusto essere sinceri e onesti e spiegare che sarà molto difficile e, probabilmente, saranno più le delusioni che le soddisfazioni.

martedì 20 settembre 2011, 11:04 | commenta (0)

mercoledì, 24 agosto 2011


Mercato e soldi, tra stile e rispetto

Con l’estate che si avvia al termine e le varie squadre che stanno rientrando in palestra, avrei voluto dedicare la prima puntata della nuova stagione di «Muri ad Opzione» al mercato, in particolare a quello degli allenatori, particolarmente vivo in queste settimane. Ma la discussione iniziata sul forum di questo sito mi ha spinto a «stare sul pezzo», e a provare a ragionare su quanto scritto da «Polemico». Il tema è indubbiamente caldo e delicato, oltre ad essere la tipica cosa che fa infuriare presidenti e dirigenti, allenatori e giocatori o giocatrici. Per andare con un minimo d’ordine credo sia necessario dividere il ragionamento in almeno tre settori. Queste manovre di mercato, infatti, assumono significati diversi a seconda di età, livello tecnico della giocatrice e livello della società di appartenenza. Per essere chiaro: se si parla di una ragazzina di 13 anni, fortissima e alta 1,90, che gioca in una società in grado di offrirle al massimo una III Divisione o di una ragazza di 24 anni, ormai formata tecnicamente, che vuole cambiare squadra rimanendo in categorie simili (dalla D alla I Divisione, oppure dalla D alla C), credo il discorso cambi radicalmente. In tutto ciò direi che stile, onestà, coerenza e rispetto sono doti (rare) fondamentali per portare avanti un dialogo o una trattativa. Nel suo post «Polemico» insiste sul ruolo delle società e dei dirigenti. Verissimo. Ma credo sia fondamentale in primis il ruolo delle persone, che siano dirigenti o genitori, allenatori o giocatrici (per comodità parlerò al femminile, ma il discorso è identico per i maschietti). Secondo me ci può stare che la prima telefonata o incontro sia direttamente con la giocatrice, ammesso che si tratti di una ragazza almeno maggiorenne, quindi in grado di decidere e capire. Una chiamata del tutto informativa: «Ciao, come va? Che intenzioni pallavolistiche hai per l’anno prossimo?». Poi, a seconda della risposta, si può procedere, sentendo i dirigenti e l’allenatore della società. Se si parla, al contrario, di ragazze di 12, 14 o 16 anni, bisogna necessariamente passare dalla società di appartenenza. Magari una prima telefonata tra allenatori: «Ciao, volevo chiederti di Alice... Che programmi hai per lei? Che giocatrice è?». Poi le società possono sentirsi, per capire i margini di azione. L’ideale sarebbe che si ragionasse per il bene della ragazza, cosa è meglio per lei, da ogni punto di vista. Ma purtroppo, in questa fase, a farla da padrone sono i soldi e le ambizioni, spesso personali, di dirigenti o allenatori. Ecco, il capitolo «Euro». Magari le società investissero qualche soldo in, ad esempio, un sito internet o in materiali di prima qualità, piuttosto che in prestiti, acquisizioni di cartellini o rimborsi spese. Purtroppo si è avviato un meccanismo incontrollabile: «Se ho dovuto pagare mille euro per il prestito di Alice, allora adesso se vogliono prendersi Olivia devono darmene mille e duecento, che diamine!». E avanti così. Programmi e progetti (ma quante società ne hanno?) contano ben poco. «Polemico» si chiede se si possa controllare questa situazione. La risposta, purtroppo, credo sia «No». Non esistono regolamenti, se una ragazza vuole cambiare squadra può farlo, a prescindere dai metodi con i quali sia stata contattata e lusingata. Chi adotta questi metodi è ben conosciuto nel piccolo ambiente del volley, ma continua imperterrito per la propria strada. E se lo fa, evidentemente, è perché ogni anno riesce a raggiungere i propri obiettivi, fregandosene di stile e rispetto. Io insisto nel dire che le società sportive, ormai, sono di fatto delle piccole aziende: quando ci lavorano persone che percepiscono uno stipendio, quando il budget annuale inizia a superare i 20, 30 o 50 mila euro, quando l’impegno non si limita a quattro o cinque ore la settimana, ecco che non si può più parlare di volontariato o di attività sociale e ricreativa. Essendo quindi le società delle aziende vanno controllate e regolamentate. I soldi che girano vanno dichiarati. Le operazioni di mercato (senza che il trasferimento di Alice diventi una telenovela come quello di Eto’o...) vanno ufficializzate nei metodi e nei tempi. Nella speranza che le persone si comportino da persone vere, con stile e rispetto. Sempre.

mercoledì 24 agosto 2011, 12:31 | commenta (0)

L'autore

Matteo Lunelli scrive di pallavolo da anni per il quotidiano l'Adige, seguendo in particolare la realtà regionale. Ex giocatore, è allenatore di secondo grado.

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Si occupa della pallavolo regionale, dal minivolley alla serie C, in tutte le sue mille sfaccettature, temi che toccano giocatori, arbitri, dirigenti e allenatori.

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