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VOLLEY Bagher e rullate

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lunedì, 6 luglio 2015


Volley maschile: dal "masa" al "miga" in sei anni

Cosa c'è dietro al tricolore? Anzi, ampliando un po' il discorso, cosa c'è dietro la serie A? Quella di Trentino Volley certo, ma anche quella cercata fino all'ultimo minuto anche dall'Avs Mosca Bruno Bolzano squadra che un budget per una A2 ce l'aveva e ce l'avrà in futuro. Niente. Praticamente nulla fino alla serie C, il massimo campionato regionale. Lasciamo stare per un attimo il volley femminile, mi perdoneranno le donzelle ma questa volta si parla solamente di maschietti. Perché i pallavolisti maschi ormai stanno diventando come i panda: una specie in via di estinzione. Che il movimento maschile sia in crisi, che ci siano pochi numeri, un bacino troppo esiguo... Sono anni che ci diciamo queste cose. Vero, però facciamoci sopra qualche ragionamento. Mettiamo pure come cornice della situazione che ci siano meno ragazzi ora come ora che fanno sport rispetto a qualche annetto fa, mettiamoci pure che sia cresciuto il “divaning estremo” come sport, ovvero stare sul divano o davanti a un pc o a Facebook, mettiamoci pure che una volta Trento ed il Trentino aveva meno possibilità sportive da offrire, mettiamoci pure che ora i genitori causa ritmi di lavoro e vita hanno meno tempo di scarrozzare i figli nel pomeriggio, mettiamo pure che la scuola ora dura molte più ore al giorno di qualche anno fa... mettiamoci tutti i discorsi sociologici e generazionali che vogliamo e che volete. Ma non bastano queste scuse per spiegare il tracollo di un movimento maschile trentino passato in pochi anni dal “masa” al “miga”. Dal troppo al niente, per dirla in dialetto trentino. Un esempio pratico? Eccolo: stagione 2008/2009 (non cento anni fa quindi, ma sei...) dietro alla Trentino Volley di A1 c'erano qualcosa come 5 squadre. Ovvero le tre B1 di Anaune Blue City, Fiemme Fassa e Under 19 di Trentino Volley, oltre alle due serie B2 che erano C9 Arco Riva e Metallsider Argentario. E nelle due stagioni precedenti i numeri erano più o meno quelli, distribuiti in modo diverso ma sempre 4/5 squadre le avevamo, anche se tutte o quasi piene zeppe di giocatori provenienti da fuori regione. Ora sei anni dopo eccoci qua, a far praticamente la conta dei (non) superstiti.
Un derby fra Argentario e Trentino Volley della stagione 2011/2012
Un derby fra Argentario e Trentino Volley della stagione 2011/2012

LA STROZZATURA Come si è arrivati a questa situazione? Di risposte qui ce ne sono molte. Dalle problematiche delle società a quelle economiche, ma un altro aspetto mi sento di sottolineare. Ovvero che quando le vacche erano grasse ed i numeri dei ragazzi che giocavano a pallavolo ben altri, ben in pochi, pochissimi, prendevano il coraggio in mano per farli giocare i giovani. Meglio affidarsi all'“usato garantito”, detto ovviamente senza offesa per nessuno e nel massimo rispetto di tutti. L'obiettivo fosse stato anche un tranquillo campionato di D o di Prima divisione se si poteva fare una squadra con qualche sicurezza in più allora meglio... Salvo poi creare per diverse stagioni una “strozzatura”, il movimento giovanile non trovava sbocco in prima squadra, usciti dall'Under 18/19 diversi, troppi, ragazzi finivano a fare panchina qui o la, tappando un buco di qua ed un altro di là. Ma senza avere mai o quasi mai la piena responsabilità del campo. Senza poter compiere quel percorso che diverse generazioni prima delle loro, invece, hanno potuto fare passando più facilmente dalle giovanili alla prima squadra. Nell'immediato le società hanno avuto ragione, con tanti obiettivi centrati (salvezze, promozioni...), ma anche a costo di diversi ragazzi che, stufi di aspettare il loro turno, hanno appeso molto presto le ginocchiere al chiodo. Quando sei fermo alla fermata dell'autobus, con ogni condizione climatica, sotto il solleone o sotto la neve, e aspetti, aspetti, aspetti... prima o poi qualunque persona, uomo o donna, smette di aspettare l'autobus, saluta e va a piedi. Scegliendo la direzione che preferisce... Un sinonimo questo per spiegare che se non si trova un meccanismo più semplice (oggi è forse più facile per i giovani, che sono meno di un tempo, arrivare in prima squadra ma in quante società per scelta e non per necessità perché “no g'he n'è altri”?) per permettere il passaggio in prima squadra allora si perderà altro materiale. Un altro esempio pratico? Per cercare di allungare le possibilità fra restare nelle Under e trovarsi un posto in qualche squadra senior in alcune regioni, il Lazio tanto per fare un esempio pratico, disputano anche l'Under 20 femminile e l'Under 21 maschile. Cosa impensabile in Trentino, dove ogni anno è un'impresa anche solo trovare cinque squadre per disputare l'Under 19.

Trentino Volley contro Agsat Molveno: correva l'anno 2009/2010
Trentino Volley contro Agsat Molveno: correva l'anno 2009/2010

TORNIAMO AD ALLEVARE E MUNGERE LA MUCCA Mettiamoci questa “strozzatura”, mettiamoci che ci sono meno società che lavorano sul giovanile maschile in Trentino rispetto a qualche annetto fa, mettiamoci la crisi, mettiamoci i mille mila motivi che ci diciamo spesso e volentieri per spiegare questa grande difficoltà, mettiamoci tutto quello che volete... Ma poi, per favore, da adesso, si volta pagina. Da subito. Di puntare l'indice verso uno o più “colpevoli” mi interessa poco o nulla, mi importa di più fotografare la situazione attuale e trovare delle soluzioni. Sul latte versato è inutile piangere, piuttosto prendiamo la spugna, asciughiamo il tutto e torniamo ad allevare ed a mungere la mucca per procurarci altro latte in futuro, anche se sarà difficile e servirà tempo. Ci si siede attorno a un tavolo, volendo si ordinano anche pizza e birra, ma si parla, ci si confronta fra società maschili su come uscirne da questo impasse. Per qualche anno credo si dovrà mangiare “pane e cipolla”, ovvero si dovrà soprattutto pensare a seminare. A tornare tutti a lavorare tanto sul giovanile dimenticandosi per un po' di serie B e simili, cercando di incentivare soprattutto le società di valle a proseguire in questo lavoro e cercando di favorire la nascita di piccole società in quei posti della provincia di Trento ancora scoperti dalla pallavolo maschile, pensando solamente ad entrare nelle scuole, a fare reclutamento... Cercando di sfruttare anche la vetrina della A1 finché ci sarà in Trentino, con la consapevolezza che anche quella non è certo eterna. E parallelamente ad un discorso tecnico di aumentare il bacino di giocatori, di far crescere le giovanili, si dovrà compiere un lavoro sulle società affinché si strutturino ed organizzino già nei campionati regionali se vogliono, un giorno, fare il grande salto in serie B.

Stagione 2011/2012: derby fra Argentario Calisio e Trentino Volley
Stagione 2011/2012: derby fra Argentario Calisio e Trentino Volley

VOLLEY FEMMINILE, OCCHIO CHE FRA SEI ANNI... Per completezza di informazioni, negli anni in cui le squadre maschili imperversavano, come raccontato sopra, quelle femminili cercavano di fare il salto di qualità avendo al massimo due o tre sestetti in B2 nei quali l'obiettivo numero uno era fare un campionato tranquillo e, possibilmente, davanti agli altri sestetti trentini. Oggi da quei due o tre sestetti (Ata, Torrefranca, Argentario e Lizzana quelli che hanno ruotato maggiormente, più qualche altra sporadica apparizione) ora in campo femminile si è passati ad avere uno stuolo di realtà: la Delta in A2, la Studio55 Ata in B1, Argentario, Lizzana, C9 Arco Riva e Agsat in B2. Senza dimenticare il Neruda in A1, ovviamente. Regionalmente parlando siamo a quota 7 squadre semi-professionistiche, 6 delle quali sono trentine. Ragazze (e soprattutto dirigenti e tecnici della pallavolo femminile trentina...) io non so dove sarò e cosa farò fra sei anni, non so se fra sei anni sarò ancora qui a scrivere e sottolineare tutte queste cose. Ma se, dopo l'esempio maschile passato in sei anni dal “masa” al “miga”, questo non vi insegna niente... quantomeno a mettere da parte vecchi rancori, antipatie personali, voglia di personale grandeur, considerazione esagerata di sé eccetera... per almeno sedervi attorno ad un tavolo e parlare di qualcosa di concreto da fare per evitare fra sei anni al volley in rosa del Trentino la stessa fine di quello maschile, sappiate sarebbe una cosa “degna” del miglior Tafazzi. Chiaro, i problemi maschili sono profondamente diversi da quelli femminili, fra le donne almeno c'è un ottimo bacino di giocatrici e con un po' di materiale che permette di lavorare e di cercare di costruire. Cerchiamo, tutti insieme, di non sciupare anche questo patrimonio trovando anche qui soluzioni giuste ai problemi.

lunedì 6 luglio 2015, 03:01 | commenta (0)

venerdì, 10 aprile 2015


Serve (molto) pure lo stolto che guarda il dito...

Sì sì, lo ammetto senza tanti problemi. Sono uno stolto. E, come tale, guardo il dito anziché la luna. No... inutile che mi guardate così, non ho (ancora) bevuto questa mattina ed il caffè appena sveglio lo prendo zuccherato ma senza correzione di grappa. Il mio auto-accusarmi di essere uno stolto ha radici profonde che affondando nelle mie convinzioni. Ed in questo antico proverbio della sempre efficace saggezza popolare che utilizzo per sintetizzare il mio pensiero. Ricordate che si dice «Quando il saggio indica la luna, lo stolto guarda il dito»? Bene, benissimo, in sé nel suo significato originale e filosofico, nel suo significato di vita e del quotidiano, dice una cosa giustissima. Ovvero che non bisogna fermarsi a quello che gli altri ti indicano o a quello che c'è lì, che vedi, ma ambire ad un qualcosa di più grande, più sconfinato, più infinito. E ci sta. Così come ci sta l'ambizione, la voglia di fare cose grandi ecc... Ma portando questo antico adagio nel piccolo, grande, ma sempre meraviglioso, mondo della pallavolo di casa nostra, permettetemi di credere che ci vogliano anche gli stolti. Che facciano bene ad esserci anche quelli che ti guardino il dito e che alla luna diano giusto un'occhiata ma senza averlo come interesse principale. Ora, poniamo ad esempio che, parlando del volley nostrano, la luna siano i grandi traguardi, i palcoscenici importanti, i titoloni sui giornali, le migliaia di persone che ti seguono su Facebook, gli inviti ad appuntamenti importanti, le categorie che iniziano con le prime lettere dell'alfabeto, gli sponsor importanti, eccetera eccetera eccetera... Tutto bello, molto bello, ci mancherebbe. Quale giovanissimo/a musicista direbbe no nel poter suonare o quantomeno vedere un concerto di alto livello tutte le settimane? Nessuno ovviamente.

Ma poniamo, sempre per esempio, che il dito in questione che indica la sopra citata luna rappresenti invece altri fattori: lavoro sul territorio, impegno sul giovanile, risorse dirottate tutte o quasi al giovanile, ragazze/i del giovanile portati presto in prima squadra, lavoro nel proprio tessuto sociale ed impegno per la crescita media di tutta la società. Tutte quelle cose che difficilmente vanno sui giornali con i titoloni, che difficilmente riceveranno mai piogge di migliaia di euro da grandi sponsor, che non avranno palasport pieni, che non avranno mai gallery su gallery e una valanga di “Mi piace” su Facebook eccetera eccetera eccetera...

Ebbene, scusatemi ma io continuo a volere un “dito” così. Continuo a volere qualcuno di più realista del re che capisca come alla luna ci si può anche arrivare, ma senza balzi più lunghi della gamba e non senza essersi davvero strutturati in tempo come società. Come sia fondamentale per costruire questo ponte che arrivi sulla luna avere, alle spalle, le fondamenta del ponte ben radicate nel terreno. E questo vuol dire fare tutto quello che si è detto prima: dare un indirizzo preciso alla propria società, lavorare sul territorio e sul giovanile, far crescere un passo alla volta sia la squadra in campo sia la squadra societaria. Certo, non basterà tutto ciò per arrivare sulla luna ma le fondamenta si possono mettere solo così, se si lavora in un certo modo poi chi ti dà una mano ad asfaltare o allungare questo ponte prima o poi arriva. E si costruisce così un ponte che ti permette non solo di arrivarci per un anno sulla luna per una volta sola, ma soprattutto di restarci anche per più anni, che è la cosa più complessa e difficile.

\sFacciamo un esempio pratico? Stagione 2011/2012,^s quattro anni fa mica quaranta, Marco Angelini siede sulla panchina del C9 Arco Riva e decide di gettare nella mischia della prima squadra in serie C femminile un gruppo di giovanissime ragazze. In quella stagione non si vince nulla, arriva un buon quarto posto ma dopo un'annata “normale”, niente vittorie roboanti da titoloni insomma. Bene, tre campionati un gruppo composto al 90 per cento dalle stesse ragazze vince Coppa Trentino Alto Adige e Coppa Triveneto ed è attualmente in testa al campionato. Il tutto con, in mezzo, le esperienze in serie B di Corradini e Manno, palleggiatrice e libero. Vuoi dire che seminando e puntando sullo svolgere un lavoro di qualità su un gruppo di ragazze interessanti si può arrivare fino alla luna? Che per una società come il C9 Arco Riva la luna potrebbe essere il giocare, finalmente, in serie B2 l'anno prossimo con un gruppo di ragazze del territorio e cresciute nella società, che hanno la terza lettera dell'alfabeto ed il nono numero ormai addosso come una seconda pelle. Quindi guardando il dito, ovvero rischiando all'inizio e gettando nella mischia un gruppo di proprie ragazze giovani, si è arrivati fino alla luna?

Certo, per un C9 che ce la fa a fare una cosa del genere, con i numeri e la forza che hanno, ci sono tante altre società che lavorano altrettanto bene e non riescono a raggiungere i medesimi risultati. Io resto sempre dell'idea che se l'obiettivo è la luna e posso avvicinarmi un po' di più collaborando con un altro dito che la pensa come me allora questa luna si avvicina un po' di più. A livello territoriale soprattutto, per società che lavorano praticamente da vicini di casa, sul medesimo territorio, indicano la stessa luna. Ma cosa le ferma dall'indicarla insieme? Collaborare perché non ci ritroviamo, un giorno, ad avere tanti che guardano la luna, ma nessuno che indichi più la strada giusta per arrivarci su quel benedetto corpo celeste.

venerdì 10 aprile 2015, 02:38 | commenta (0)

domenica, 5 aprile 2015


Ed ora salvate il soldato Neruda (in serie A1)

Sapete qual'è una cosa bella ed al tempo stesso brutta della nostra professione? Che mentre sei ancora lì con il bicchiere della festa in mano ed i coriandoli che volano, tu devi già giocoforza pensare a domani. Al titolo, al servizio, che vuoi all'indomani, a come secondo te una notizia si può approfondire, arricchire. Ed allora ben venga ora la festa, adesso è il momento delle coppe alzate al cielo, delle lacrime di gioia e di tutto il resto... tutto giusto, giustissimo, ragazze (e ragazzi dello staff e della società ovviamente) ve lo siete conquistato e meritato ed ora è più che giusto che voi festeggiate. Ma mentre voi vi godete il frutto del vostro lavoro, a noi tocca lanciare un appello: “Salvate il soldato Neruda”.

Ok va bene, questo è giusto uno slogan, un titolo, un messaggio diretto. Ma che rende bene l'idea, perché dopo la festa non è che la musica finisce e gli amici se ne vanno. Dopo la festa c'è da pensare bene a cosa fare ed a come farla. Partiamo da un presupposto, sarà la juventinità che alberga nel mio cuore a parlare ma io ritengo sempre giusto ed applicabile un concetto: quello che ti sei guadagnato sul campo resta sul campo (ed in bacheca). Se una squadra, una società, un allenatore, si guadagnano il salto di categoria è giusto che quella squadra (con annessi necessari cambiamenti ovviamente), quella società e quell'allenatore abbiano l'occasione di cimentarsi con il torneo che si sono conquistati sul campo.

Il Neruda sul podio premiato con la coppa del campionato (foto Riccardo Giuliani)
Il Neruda sul podio premiato con la coppa del campionato (foto Riccardo Giuliani)

Lasciando la filosofia per abbracciare la pratica, è chiaro che questo è più facile a dirsi che a farsi. La A1, pur con tutto il livello calato degli ultimi anni e le big straniere che hanno fatto ciao ciao, resta sempre di un gradino almeno sopra la A2. E se non vogliamo parlare di livello tecnico allora parliamo di soldi: serve un budget quasi del doppio rispetto a quello attuale per garantirsi certe giocatrici che possano garantire un campionato tranquillo. Altrimenti il rischio è quello, in A1, di fare più o meno il campionato disputato quest'anno da Forlì ed Urbino, ultime con 5 punti dopo 22 partite nella massima serie. Ed allora la prima squadra da rinforzare è quella del budget, delle possibilità a disposizione del presidentissimo Rudy Favretto.

Ma, attenzione, “Salvate il soldato Neruda” non è un messaggio rivolto solamente al fatto di trovare quelle risorse necessarie per affrontare la serie A1. È un messaggio anche pensato per salvaguardare tutto quello che il Neruda rappresenta per il volley altoatesino, perché la A2/A1 è la punta dell'iceberg di un'attività sul territorio. E quantomeno un buon settore giovanile è necessario mantenerlo, per tutti i buoni motivi che tutti noi sappiamo. Ergo, è giusto che adesso tutti gli sforzi siano concentrati nel cercare di trovare le risorse per fare la serie A1, ma che questa ricerca a tappeto nel mondo economico tedesco ed italiano dell'Alto Adige non modifichi l'impostazione che la società arancioblù si è data, il suo impegno sul territorio ed il settore giovanile.

domenica 5 aprile 2015, 01:43 | commenta (0)

lunedì, 16 marzo 2015


Coppa Provincia: trofeo anche per i provinciali?

Qualche intervento fa, proprio sulle colonne di questo blog, avevo buttato lì in mezzo ad una serie di discorsi una proposta. Quella proposta si chiamava, e si chiama tuttora, Coppa Trentino o Coppa Provincia. Ovvero, una manifestazione sulla falsariga della Coppa Trentino Alto Adige, ma che sia rivolta solamente alle squadre che prenderanno parte ai campionati provinciali, alle Divisioni. Chiaramente, io lancio il proverbiale sasso nello stagno, ma per capire se questa proposta potrebbe essere utile e venire quindi recepita si deve aprire un dibattito e raccogliere i pensieri di più atleti, atlete e società.

E se si assegnasse una Coppa Trentino anche per i campionati provinciali?
E se si assegnasse una Coppa Trentino anche per i campionati provinciali?

Ma per poter aprire questa discussione vediamo di dare a questa proposta, già lanciata anche da altri in passato, un po' di contorni ben definiti. In primo luogo, la Coppa Provincia dovrebbe seguire un po' il canovaccio recitato dalla Coppa Trentino Alto Adige, ovvero una prima fase ad iscrizione libera alla quale possano prendere parte tutte le squadre di Prima, Seconda e Terza divisione femminile che desiderino partecipare. Ora, alcune persone – giocatrici e allenatori – con i quali ho chiacchierato finora di questo progetto giustamente facevano notare la differenza di potenziale che potrebbe esserci fra una Terza divisione ed una Prima. La mia risposta è stata la seguente “Perché fra una squadra di altissima serie C ed una di serie D, magari giovane, che si affrontano nella prima fase della Coppa TAA non c'è più o meno un divario simile?”. Secondo me dipende soprattutto dallo spirito con il quale i sestetti affronterebbero questa eventuale coppa provinciale. Ovvero, come fanno anche tante squadre di C e D nella Coppa TAA, il primo pensiero potrebbe e dovrebbe essere quello di sfruttare questo periodo per prepararsi a dovere per il campionato. Di fatto già adesso tante squadre provinciali prima di iniziare il campionato a novembre disputano delle amichevoli, se queste diventassero delle partite di Coppa, con un trofeo in palio, con lo “stress” del punteggio, della gara ufficiale, sarebbe solo allenante per ciascun sestetto. Chiaro che, se poi, si può provare ad arrivare in final four – sì la formula potrebbe essere molto simile se non identica alla Coppa Trentino Alto Adige – allora tanto meglio. Ma l'idea di fondo è dare anche a quelle squadre e quelle società che hanno come massima espressione le Divisioni la possibilità, non l'obbligo se non lo possono sostenere ovviamente, di partecipare ad un torneo in più che, magari, può far vincere qualcosa allora potrebbe essere un'esperienza nuova da provare. Piccolo punto subito: questa Coppa potrebbe essere abbastanza facilmente realizzabile nel femminile, un po' meno nel maschile. In questa stagione 2014/2015 militano in Prima divisione maschile, unico torneo regionale, militano 9 squadre: per capire se fra i maschietti ci sono realtà interessate ad una coppa così l'unica via sarebbe aprire le iscrizioni e vedere quante squadre si iscrivono e poi, eventualmente, pensare ad una eventuale formula cucita su misura. Se invece in campo femminile si hanno nei campionati provinciali 2014/2015 un bacino di 48 squadre allora si hanno quei numeri che potrebbero permettere una prima fase a gironi ed una conseguente final four. Di queste 48 squadre alcune sono sestetti giovanili di grandi società che militano in serie B, C e D che poi da novembre in poi potrebbero già giocare due campionati, quello giovanile di riferimento ed una Divisione, e lì ovviamente ogni società dovrà fare i conti in palestra se partecipare ad una Coppa Provincia già ad ottobre può essere utile nella crescita di queste giovani. O fattibile per la propria situazione organizzativa. Diverso è il discorso per quei sestetti che sono prime squadre composte da sole o quasi ragazze mature, quelle squadre che sono i gruppi punto di riferimento per alcune società. Disputando solamente un campionato, che sia di Prima, Seconda o Terza, giocare qualche gara in più in autunno potrebbe essere utile, vuoi per rodarsi, vuoi per allenarsi, vuoi per permettere a tutte le ragazze di scendere in campo, vuoi per mille e più motivi.

Ok, il problema però arriva alla risposta ad una domanda: quando si giocherebbe l'eventuale final four? Sotto Natale è difficile per gli ovvi motivi di ciascuna società, dalle vacanze alle palestre chiuse fino alle ragazze impegnate con le famiglie. Il 6 gennaio è esclusa come data, in quanto sarebbe schiacciata dalla presenza delle finali della Coppa regionale. Andare poi fino a Pasqua o fino al 1 maggio può risultare dannoso per tutti far passare sei mesi fra la prima fase e l'atto finale che assegna il trofeo. Una possibilità sarebbe quella di giocare praticamente subito la final four, ovvero il sabato o domenica antecedente all'inizio dei campionati provinciali. Cosa ovviamente questa da incastrare nel momento della stesura dei planning stagionali, in base ai tradizionali canoni del numero di squadre iscritte, dei fine settimana a disposizione eccetera... In ottobre la prima fase, a novembre la final four (in campo neutro o in casa di una delle quattro contendenti se qualcuna si offrirà per dare una mano nell'organizzazione) e poi subito dopo via ai campionati, facendo della Coppa Provincia (o Trentino che sia) il primo trofeo ad essere assegnato nel corso della stagione sportiva. Mi piacerebbe sentire, qui sotto o sui social network di SporTrentino.it, il parere di giocatori, giocatrici, allenatori su questa proposta, se può essere una cosa utile oppure no per le Divisioni di casa nostra.

lunedì 16 marzo 2015, 11:13 | commenta (1)

sabato, 7 marzo 2015


Care donne del volley (e non) domani niente auguri

Care donne della pallavolo, domani è l'8 marzo. Bene, sappiate che non ho nessuna intenzione di farvi gli auguri domani, per diversi motivi. In primis non vi faccio gli auguri l'8 marzo perché non siete dei panda o degli animali in via di estinzione, non è giusto “ghettizzare” voi ed i vostri diritti in una sola giornata. Siete donne a 360 gradi, oggi, domani, il 18 maggio come il 24 ottobre ed il 4 dicembre. Ogni giorno dell'anno. Non vi farò gli auguri perché dopo pochi giorni le mimose puzzano e marciscono, il rapporto uomo-donna di qualunque genere esso sia (affettivo, amicizia, conoscenza, di lavoro...) invece non ha date di scadenza. Non è uno yogurt, non scade, va ovviamente innaffiato tutti i giorni come tutti i rapporti affinché cresca bello e sano. Non vi farò gli auguri perché questa giornata originariamente era per ricordare donne morte per un incendio mentre erano al lavoro (anche se un'altra scuola di pensiero fa risalire questa festa al 28 febbraio 1909, istituita dal Partito Socialista americano) e non per celebrare l'uscire a far festa o cose di questo genere. Non vi farò gli auguri perché domani, 8 marzo, tutti saranno lì a ricordarvi quanto valete, quanto siete importanti, eccetera, salvo dal 9 marzo in poi (alcuni) datori di lavoro vi pagheranno lo stesso meno di colleghi uomini, non sempre avrete le giuste tutele in caso di malattia, infortunio o maternità e tutte quelle altre tristi situazioni che conoscete meglio di me. Non vi farò gli auguri perché (troppo) spesso un vostro gesto o un vostro comportamento ancora viene travisato dagli occhi di certi uomini, non vi farò gli auguri perché il rispetto per una donna, per un uomo, per ogni essere umano, dovrebbe essere scontato e non che serva una festa particolare per ricordarlo a tutti. Quindi domani da me non riceverete mimose o regali e nemmeno la parola "auguri".

Foto "Impression Studio & Foto", tratta da lapallavolonelcuore.blogspot.com
Foto "Impression Studio & Foto", tratta da lapallavolonelcuore.blogspot.com

Però care donne, della mia vita e della pallavolo, una parola lasciatevela dire. Ed è "grazie".

Grazie alle donne della mia vita per rendere migliore il tempo passato insieme e per rendere una persona migliore il sottoscritto.

Grazie alle donne della pallavolo perché anche se doloranti o messe male stringono sempre i denti e giocano, in qualunque categoria esse siano ed a qualunque latitudine e longitudine esse siano.

Grazie alle donne della pallavolo – siano esse giocatrici, allenatrici, dirigenti, arbitri... - perché dopo una giornata intera di lavoro o studio o cura della famiglia a qualunque età vestono le ginocchiere e sono lì in mezzo a sudare.

Grazie alle donne della pallavolo perché anche se finiscono tardissimo allenamento poi tornano a casa e la mattina presto del giorno dopo sono già lì che accompagnano i propri bimbi a scuola.

Grazie alle donne della pallavolo perché se questo sport nel mondo ha l'eco e l'importanza che ha, non me ne vogliano i colleghi maschietti, lo dobbiamo alla marea di ragazze che ci giocano.

Grazie alle donne della pallavolo perché, per tante di loro, puoi essere giovane o meno giovane, puoi studiare o lavorare, puoi essere single o avere un compagno ed uno stuolo di figli... ma se ti innamori di questo sport, della vita dello spogliatoio e di tutto il resto, allora fate parecchi sacrifici a tutte le età per portare avanti questa passione.

Grazie alle donne che diventano mamme e che accompagnano e vengono a prendere le proprie bimbe o i propri bimbi a partite ed allenamenti, grazie per le domeniche mattine d'inverno passate a macinare chilometri per portate figli e figlie a giocare, grazie per aver fatto il corso da segnapunti o di arbitro giovanile così da permettere alla squadra del proprio bimbo o bimba di fare il campionato, grazie per i gelati e le pizze post partita al proprio figlio/a per festeggiare una vittoria o digerire una sconfitta.

Grazie per le figlie che giocano e che si rendono contano dei sacrifici che fanno mamma e papà per agevolarla in questa loro passione e che li abbraccia, “ricompensa” spesso e volentieri migliore per ogni mamma o ogni papà.

Grazie alle donne della pallavolo anche per rendere complicata la vita agli allenatori maschi, ironie a parte anche per gli stessi tecnici uomini vincere o far bene con un gruppo di ragazze ha un sapore diverso rispetto al maschile. Per questi e per tanti altri motivi, ragazze grazie... ma questo grazie lo dovete ricevere oggi come domani, come in tutti gli altri giorni dell'anno. Perché anche se siete "dolcemente complicate" (cit. Fiorella Mannoia, testo di Enrico Ruggeri) siete quanto di più bello un uomo possa avere sempre accanto a sé.

sabato 7 marzo 2015, 12:17 | commenta (0)

L'autore

Nicola Baldo è collaboratore del quotidiano Trentino e del nostro portale, per i quali segue da anni la realtà pallavolistica locale. E' allenatore di Primo grado ("credente non praticante").

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Il grande numero di squadre che locali che partecipano ai campionati nazionali di serie B, regionali e provinciali offre lo spunto per parlare di una realtà ricca di personaggi e situazioni.

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