Neruda, un uomo solo al comando: intervista a Fabio Bonafede
Un uomo solo è al comando. E non si tratta del leggendario Fausto Coppi, narrato dal giornalista Rai Mario Ferretti con una frase scolpita nella storia. Più prosaicamente si tratta di Fabio Bonafede, coach di quel Neruda Volksbank Südtirol che alla quinta giornata di campionato si gode il turno di riposo guardando dall’alto in solitaria il resto del plotone: 4 vittorie, 12 punti, appena 1 set perso. Ma a Fabio non chiedete di parlare della classifica: come tutti gli allenatori di tutti gli sport, vi risponderà che il campionato è lungo, la palla è rotonda e si ragiona partita dopo partita. Sembra quasi che i presidenti di società le inseriscano nei contratti dei tecnici, certe frasi. Ma tant’è.
Bonafede tra l’altro non è persona che cerca il consenso. Non cerca di attirarsi le grazie del cronista di turno, anzi alle volte le risposte sono volutamente spiazzanti. Diciamo che la carriera diplomatica non sembra la sua naturale alternativa alla pallavolo. Lui è fatto così, prendere o lasciare. Ne sanno qualcosa le sue ragazze, alle quali capita di passare da fasi di estasi pura per la genialità del coach a momenti di rodimento interiore per i rimbrotti talvolta sopra le righe del loro nocchiero. Più di uno lo definisce l’Antonio Conte del volley, e in effetti le similitudini con il ct leccese della Nazionale di calcio sono tante: stessa veemenza verbale e fisica, stessa attenzione meticolosa al dettaglio tecnico-tattico, stessa capacità di trasmettere il sacro fuoco dell’agone.
IL PROFILO. Fabio Bonafede nasce nel 1972 a Siracusa, dove gioca da opposto (respirando anche l’aria della A2 da ragazzino nell’Aurora Siracusa) fino al 1995, quando risale la penisola per approdare a Bologna e finire gli studi universitari. Il coach del Neruda infatti è tuttora insegnante di educazione motoria, seppur di sostegno, presso l’istituto comprensivo “Comenius” di Trento. In Emilia-Romagna diventa referente tecnico degli allenatori e tra un corso e l’altro allena in C ad Imola, dove vincerà anche una raffica di titoli giovanili provinciali e regionali arrivando anche a disputare la finale nazionale Under 16 a Diano Marina. Nel 2005 sbarca in Trentino; a Lizzana, frazione di Rovereto, conquista la B2 al primo tentativo per poi andare due volte ai playoff promozione. Nel 2012 sale a Bolzano e raggiunge la vetta geografica: oltre l’Alto Adige infatti c’è l’Austria. Sale anche di categoria guidando il Neruda che ha appena acquisito i diritti della B1, e lo porta subito un gradino più in su. Ora, al secondo anno di A2, manca solo un gradino per la vetta sportiva. Ma questa è un’altra storia. Intanto ecco qualche domanda al coach.
Qual è l’allenatore che ti ha dato l’imprinting quando eri giocatore?
Nella seconda metà degli anni Ottanta, ai tempi dell’Aurora Siracusa ero al seguito della A2 un po’ come la nostra Greta Filippin (il secondo libero del Neruda ndr) di oggi. Nel sestetto base giocava il croato Dragutin Suker, che poi nel corso della stagione sarebbe diventato l’allenatore. In lui ho ammirato la mentalità, la cura quasi maniacale del lavoro. Ho ancora i quaderni su cui annotavo i suoi allenamenti quando tornavo a casa.
E da allenatore invece hai un modello di riferimento?
In Emilia Romagna ne ho conosciuti tanti, ma l’esperienza più importante è legata alla frequenza del corso di secondo grado tenuto da Marco Bonitta. Furono mesi di lavoro molto intenso che hanno formato la mia visione della pallavolo.
Parliamo di giocatrici: ce n’è qualcuna che hai allenato che ha una mentalità “alla Bonafede”?
Non mi piace fare nomi, preferisco parlare di gruppi. E in questo senso ricordo con affetto il mio primo anno in C a Lizzana, quando le ragazze si videro triplicate le ore di allenamento e per giunta con un metodo di allenamento nuovo. Però furono brave ad adattarsi tanto che vincemmo il campionato senza perdere neanche una partita.
Domanda classica: i momenti più belli e brutti dal punto di vista sportivo.
Quelli belli sono tantissimi e farei un torto a non citarli tutti. Certo le promozioni sono da ricordare, ma lo è anche la salvezza a Lizzana al primo anno di B2 quando ci davano per spacciati. Le sconfitte me le ricordo tutte. Come nei playoff promozione in A2, quando nella finale di andata con Vicenza sprecammo un match point al tie-break e al ritorno perdemmo ancora al quinto dopo essere stati avanti 2-0. Per fortuna la promozione arrivò lo stesso.
Fabio, ti si potrebbe definire una brava massaia: il presidente Favretto ti affida lo scarno borsellino per fare la spesa e tu torni dal mercato con una borsa piena di cose buone…
La mia fortuna è la conoscenza del mondo della pallavolo. Non vado in cerca dei grossi nomi, anche perché non potremmo permetterceli, ma piuttosto di ragazze meno conosciute che però hanno un lato umano eccezionale, predisposizione al sacrificio e potenziale di crescita. Per conoscerle guardo tanti video, mi affido ai procuratori di fiducia e alla rete di osservatori che mi segnalano le atlete interessanti.
Tra l’altro sei uno dei pochi allenatori che cura in toto la campagna acquisti…
Direi l’unico in serie A. Nelle altre società di solito sono il direttore sportivo o il presidente ad occuparsi degli ingaggi. In Trentino-Alto Adige sono stato sempre da solo a farlo anche perché arrivavo in realtà che avevano poca esperienza e poche conoscenze nell’ambiente della serie A. Credo quindi di avere contribuito anche alla maturazione delle società in cui ho allenato.
A proposito di regione: cosa significa per l’Alto Adige avere una squadra di A2?
Significa poter dare obiettivi alle atlete locali. Anche se, con rammarico, devo constatare che in questi anni a Bolzano nessun tecnico mi ha mai chiesto di visionare un mio allenamento. Ho anche provato a stimolarli durante qualche corso di aggiornamento, ma è difficile.
Ultima domanda: come mai, seppur con orario ridotto, hai deciso di continuare a insegnare?
Perché mi piace il contatto con i ragazzi. A questo proposito approfitto dell’occasione per ringraziare tutti i miei colleghi della media “Comenius” e in particolare, per la grande disponibilità, la dirigente Maria Silva Boccardi.
Che a Bonafede piacciano i bambini lo dimostrano anche i quattro figli (l’ultima nata a gennaio scorso) che gli ha regalato la moglie Chiara, trentina doc. E che ci crediate o no, a casa Bonafede – quando papà torna a casa – non si parla di pallavolo. Perché una cosa è il lavoro, un’altra cosa è la famiglia. Parola di un siracusano che vive a Trento e allena a Bolzano.