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Marco Martinelli dice stop. "Ora vorrei allenare"

Il roveretano Marco Martinelli ha deciso qualche giorno fa di chiudere la propria onorevolissima carriera di giocatore di volley. L'intervista girataci dall'amico e collega Nicola Baldo (una parte del pezzo che trovate qui sotto è stata pubblicata anche dal quotidiano Trentino) ci permette di celebrare il suo addio e ricordare diversi momenti particolarmente belli della vita di uno dei quei pochi pallavolisti trentini che hanno saputo affermarsi a grandi livelli. Un grazie a Marco e un ringraziamento, come sempre, anche Nicola Baldo.

di Nicola Baldo

Quando, ormai vent?anni fa, lasciava Rovereto per andare a schiacciare e murare a Padova, era appena un ragazzo magro magro. Ora, vent?anni dopo, Marco Martinelli (nella foto a destra con la maglia della Yahoo! Ferrara) è un pallavolista affermato e vincente. Uno che nel suo palmares ha qualcosa come un titolo di campione del mondo, uno di campione d?Europa, quattro World League e una Coppa Italia. A quasi quarant?anni Marco Martinelli ha detto basta, lascia il volley giocato ma senza uscire da quel mondo fatto di reti e ginocchiere che tanto gli ha dato. Sin da quando lasciò la città della Quercia per fare il professionista, o quasi visto che erano i profondi anni 80 della pallavolo quasi amatoriale, con le trasferte fatte con la propria auto. Una carriera che l?ha portato a Jesi, Modena, Montichiari, Padova, Taranto, Macerata e Ferrara in A e, gli ultimi due anni, a Mantova in B1. Una carriera ricca di successi, a partire da quel Mondiale vinto a Rio de Janeiro nel 1990 con il primo Dream Team targato Julio Velasco. «Ora farò l?allenatore - esordisce da Ferrara, città che ormai l?ha adottato -. Ci voglio provare. Dipenderà dalle opportunità, ma la mia idea è questa. Ora non ho niente di definito con nessuno, mi piacerebbe restare nel settore maschile e senza preclusioni fra prime squadre di qualsiasi categoria e settori giovanile. Dipende dai progetti, quelli sono sempre la cosa più importante».
Come è maturata la sua decisione di lasciare?
«Dopo vent?anni anni di attività si comincia ad essere non dico logori fisicamente, anche perchè quest?ultimo anno sono stato bene, ma se non si hanno obiettivi di un certo tipo si fa davvero fatica a trovare le giuste motivazioni per allenarsi sempre e giocare ancora. Da qualche anno poi stavo maturando l?idea di provare ad allenare, vediamo se riesco a far qlualcosa anche in questo campo».
Se si guarda indetro nella sua carriera di pallavolista cosa vede?
«Vedo vent?anni con delle parentesi positive, non posso certo lamentarmi. La cosa che posso dire mi manchi un po? è il non aver mai lottato per scudetto fino in fondo, ho giocato semifinali scudetto ma mai la finale, ho vinto la Coppa Italia ma non ho mai vissuto il brivido della vittoria delle scudetto. È il trofeo che si assegna ogni anno, ma sicuramente il più difficile da vincere».
Il ricordo più bello? E quello più brutto?
«Il più bello sicuramente la vittoria del Mondiale in Brasile, un?emozione unica vincere un titolo del genere nel modo poi nel quale l?abbiamo vinto. Di brutti ricordi non ce n?è uno in particolare... forse il non aver mai partecipato alle Olimpiadi. Non dico vincerle ma vivere l?esperienza olimpica, lo stare nel villaggio olimpico, è una cosa che mi manca forse più del non aver mai vinto uno scudetto».
Quali giocatori e allenatori l?hanno segnata di più in questi vent?anni?
«In tutti questi anni ci sono stati tanti avversari e compagni di squadra molto importanti per me e la mia carriera. Poi alcuni allenatori Prandi nei club, che mi ha voluto a Padova, Macerata e Ferrara, e Velasco in nazionale, loro sono quelli con i quali ho potuto parlare e confrontarmi. Ogni giocatore penso possa imparare ad ogni età, l?avere allenatori che ti ascoltano è molto importante».
Mai avuto rimpianti di non esser mai venuto a giocare in Trentino, a Mezzolombardo prima e poi all?Itas?
«Con Massimo Dalfovo ci sono stati alcuni approcci. Un anno non si fece nulla per la mia scelta di andare a Ferrara, dove mi offrivano un contratto di lunga durata, l?anno dopo furono loro a scegliere diversamente. Un po? di rammarico c?è, ma sono cose che fanno parte della carriera di un giocatore. Dicono che nessuno è profeta in patria, non voglio essere l?eccezione che conferma la regola».
Lei ha vissuto lo ?sbocciare? della pallavolo italiana con il ciclo d?oro di Velasco, da prima al professionismo di questi anni con le regole che sono cambiate molto. Come giudica il volley di ora?
«È cambiato molto, soprattutto a livello tecnico e non so se in meglio tutto sommato. Si è modificato l?aspetto del gioco, a livello fisico ora giocatori molto piu prestanti. Poi c?è il nuovo sistema di punteggio, ora piu accattivante. Io ho fatto centrale e opposto, due ruoli ricchi di cambiamenti in questi anni, effettivamente però prima centro riceveva e doveva essere un giocatore completo mentre ora si può permettere di essere un centrale di alto livello senza nemmeno sapere cosa è il bagher. La tecnica ha perso un po? di impatto nel gioco, ora il fisico è un elemento primario».
Il volley maschile trentino, ora di nuovo in B1 oltre che in B2, come le pare?
«Quando sono partito 20 anni per giocare a Padova la B a Trento non si sapeva neanche cosa fosse, poi pian piano c?è stata qualche squadra e qualche giocatore buono è venuto fuori. In una regione come la nostra, che mai ha avuto sport di squadra ad alto livello, solo il volley e la pallamano hanno avuto punte in alto, squadre che sono divenute elementi trainanti di un moviemnto. L?Itas ha fatto bene a tutto il movimento, ha portato ragazzi in palestra e offrendo sport d?alto livello è più facile diffondere quello sport e portare esempio agli occhi di tutti».

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