Belo Horizonte, fra povertà e grandi progetti
di Mattia Eccheli (da Betim)
Dall'oblò dell'aereo si capisce perché la regione che ospita il mondiale di pallavolo per club si chiama Minas Gerais, anche se è più difficile intuire che è anche la maggiore produttrice di caffè (oltre la metà del totale). Belo Horizonte ne è la capitale da 110 anni. Prima era Ouro Preto, poi dichiarata patrimonio dell'umanità dall'Unesco. Da questa zona (20,5 milioni di abitanti) arriva oltre la metà dei minerali ferrosi del Brasile e quasi un terzo dei minerali in genere.
Lo skyline di Belo Horizonte (2,5 milioni di censiti, non necessariamente l'intera popolazione, con una quota del 30% di oriundi italiani) è suggestivo: è una metropoli sterminata che si estende per chilometri, rivestendo di abitazioni dossi e colline, talvolta “puntellate” da moderni grattacieli, peraltro circondati da case, quasi sempre modeste. Alcune aree sono off limits. Per tutti. Anche per questo il navigatore è un accessorio poco usato in Brasile: un po' per la mappatura ed un po' perché il tragitto più breve può essere anche il più pericoloso.
Il mondiale di pallavolo di Betim (oltre 400.000 abitanti) è meno di una prova generale rispetto a quello di calcio in calendario la prossima estate. L'aeroporto internazionale Tancredo Neves è un grande cantiere e gli amministratori stanno cercando di prepararlo all'evento. I voli intercontinentali sono ancora pochi, ma la speranza è che aumentino. Solo che è difficile capire in che lingua gli eventuali turisti possano dialogare e trattare con la gente del posto visto che praticamente nessuno parla l'inglese. Nemmeno allo scalo internazionale. L'italiano formulato lentamente, il portoghese snocciolato altrettanto piano, entrambi accompagnati da diversi gesti, agevolano solo un po' la comunicazione. La Fiat si è insediata da anni in questa zona: a Betim c'è un enorme sito produttivo attorno al quale gravita un grande indotto e mobilita interessi, almeno in parte, italiani. Tanto che in rua dos Inconfidentes di Belo Horizonte sventola il tricolore sul palazzo che ospita il consolato. Che qui hanno anche Argentina e Repubblica Dominicana, mentre Russia e Giappone si “accontentano” di una base onoraria. Iran e Tunisia hanno perfino un'ambasciata. Nella guida stampata per l'occasione (questa sì in due lingue), tra le cose da non perdere, oltre al parco Mangabeiras (2,8 milioni di metri quadrati consacrati alla flora della zona) ed alla piazza della Libertà, a Savassi, il quartiere centrale che deve il suo nome ad un panificio italiano, c'è il Mineirão. Che non è il museo dedicato alle attività estrattive, ma il più grande stadio della città con i suoi 57.843 posti a sedere. A Belo Horizonte c'è la sede di google, ma anche la più alta concentrazione di bar. È stata la prima città brasiliana costruita “a progetto”, solo che era stata immaginata per 200.000 abitanti.
Infatti, oggi il traffico è quello, familiare, delle ore di punta delle tangenziali di Milano o Roma. Le emissioni, invece, sembrano anche peggiori, malgrado il massiccio impiego di un carburante “alternativo” come l'etanolo, ricavato dalla canna da zucchero. Lungo le tangenziali, non solo ai bordi, ma anche in mezzo alla carreggiata, i numerosi rallentamenti sono opportunità commerciali: per lo più ragazze, sfidano i pericoli della strada per vendere quello che si può, dai fazzoletti di carta all'acqua. Il Brasile, dicono i dati macroeconomici, “corre”. Ma in periferia gli orologi sono ancora fermi. Se questo è lo sviluppo “emergente”, perfino la “pigra” Italia si può (ancora) consolare.