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L'esperimento golden formula, il nostro bilancio

Poter assistere dal vivo alle partite del redivivo Campionato del Mondo per club, organizzato a Doha, è stato interessante non solo perché ci ha offerto l’opportunità di vedere in azione alcune scuole pallavolistiche delle quali sappiamo poco o nulla, ma anche per toccare con mano un sistema di gioco, chiamato “golden formula”, che forse non sarà riproposto mai più. Come ricordato più volte si tratta di una regola, adottata su precisa richiesta della federazione del Qatar (paese che l’ha imposta da qualche anno), che obbliga la squadra impegnata in ricezione ad attaccare da seconda linea. Poiché nessuno degli otto club invitati, ad eccezione degli iraniani del Paykan e dei padroni di casa dell’Al Arabi, aveva avuto il tempo per adattarvisi, si sono notate delle evoluzioni nel corso del torneo, che alla fine hanno portato a caratteristiche di gioco abbastanza comuni.

IL LIVELLO DELLE PARTECIPANTI
Cominciamo la nostra analisi dalle formazioni presenti alla manifestazione. I loro nomi non sono stati scelti a caso: la Trentino Volley è stata chiamata in qualità di campione d’Europa, lo Zamalek in qualità di campione d’Africa, il Corozal come campione del Nordamerica, il Cimed come campione del Sudamerica e il Paykan come campione d’Asia. Le tre che hanno completato il lotto sono state scelte in quanto squadra locale l’Al Arabi e in quanto migliori formazioni nel ranking Cev lo Zenit Kazan e lo Skra Belchatow. Dunque sono stati utilizzati dei parametri oggettivi, senza favoritimi di sorta. Questa imparzialità non poteva, ovviamente, farsi garante dell’equilibrio complessivo. Si è capito subito che le tre formazioni europee avevano una marcia in più rispetto alle altre, se non altro perché il numero di stranieri era diseguale: zero Paykan, Cimed, Zamalek, due Kazan e Corozal, tre Belchatow, quattro la Trentino Volley, cinque l’Al Arabi. Un elemento che ha contribuito ad aumentare alcune distanze. Le sorprese infatti, si sono contate sulle dita di una mano. Anzi, ve n’è stata una sola, ovvero il successo della squadra iraniana ai danni di quella brasiliana nella prima giornata, un risultato che ha determinato l'incrocio anomalo fra Trento e Paykan in semifinale. I valori, in ultima analisi, hanno rispettato le previsioni, anche se la formazione iraniana ha senza dubbio mostrato una pallavolo di qualità superiore alle attese. Il merito è di tre giocatori (il regista, sgraziato quanto efficace, l’opposto e una delle bande) e anche del fatto che questo team si allenava in funzione della golden formula da quattro mesi.
In termini individuali sono pochi i giocatori che hanno mostrato di essere in grado di giocare questa pallavolo per super uomini: Kurek (Belchatow), Badawy (Zamalek), Mohammad Kazem (Paykan), Panteleymonenko e Cheremisin (Kazan), Vissotto, Kaziyski e Juantorena (Trentino Volley). Ha vinto, non a caso, la formazione che disponeva di più soluzioni. Il team più attrezzato per rendere difficile la vita alla BetClic probabilmente era la Dinamo Kazan, che non dipendeva da un solo giocatore (Kurek) come il Belchatow, ma i russi, si sa, perdono facilmente la bussola e così in semifinale si sono spenti come una candela priva di ossigeno dopo un primo set giocato da manuale.
Deludente la squadra brasiliana, giustificata dal fatto che la sua unica stella è il regista Bruno.

I MECCANISMI DI GIOCO
Conclusa questa manifestazione si può tracciare un primo bilancio sull’esperimento “golden formula”. Cominciamo con il ribadire che gli atleti in grado di attaccare con efficacia sono pochissimi e questo ci dimostra che sarebbe difficilmente applicabile non solo al settore femminile e alle categorie minori, ma anche ad interi campionati esteri di livello inferiore al nostro.
Per quanto riguarda le opzioni di attacco, dopo qualche esperimento iniziale si è capito che delle tre possibilità sulla carta praticabili, palla alta in posto-4, palla alta in posto-2 e “pipe”, solo le prime due garantivano una certa efficacia. Questo perché l’attacco al centro eseguito dallo schiacciatore di seconda linea ha una propria efficacia solo se può contare sull’effetto sorpresa, ovvero se il muro sta marcando il primo tempo o un altro attacco di prima linea. Viceversa diventa una soluzione quasi impossibile, perché trova il muro a tre a contrapporsi con pochissime traiettorie disponibili. Quasi superfluo è anche sottolineare l’impraticabilità dell’attacco al centro, in primo luogo perché quello eseguito da seconda linea (lo hanno utilizzato solo gli iraniani del Paykan) viene effettuato con palla bassissima e quindi facile da murare, in secondo luogo perché le occasioni nelle quali lo si può costruire in prima linea sono talmente poche che richiamano inevitabilmente su di sé l’attenzione del muro. Come hanno osservato molti allenatori se si dovesse giocare sempre con questa formula converrebbe schierare un regista e cinque schiacciatori, se non altro per alternarli nello sforzo titanico di attaccare continuamente dai tre metri.
Per quanto riguarda gli attacchi da posto-2 e da posto-4, nel corso della manifestazione si è osservato un progressivo adattamento dei registi alla nuova formula: hanno trovato la palla giusta per chi predilige tirare sulle mani del muro e la palla giusta (più staccata) per chi preferisce cercare angoli remoti (il lungo linea e la diagonale tirata vicino al fondo del campo). Solo Kurek e Kaziyski i due fenomeni della pallavolo di oggi, sono riusciti a piantare i palloni in mezzo al campo come se attaccassero da prima linea.
Una nota merita anche il fondamentale della battuta, di cui si è parlato poco. Non potendo l’avversario giocare il velocità il primo scambio, per la squadra che si trova al servizio diventa un rischio troppo grosso tirare a tutto braccio dai nove metri, perché il gioco non vale la candela. A fare la differenza è la capacità del muro di contenere le bordate degli attaccanti, non quella del servizio di tagliare fuori primi tempi o pipe comunque vietate per legge. Non è un caso che le rotazioni più redditizie della Trentino BetClic siano state, nostri numeri alla mano, quelle che hanno visto Raphael, Sala e Birarelli impegnati dai nove metri. E non è un caso che l’unico match nel quale la squadra di Stoytchev ha raccolto un discreto numero di ace sia stato il primo. Poi la tattica è mutata. Molte squadre hanno scelto di battere spesso e volentieri sui centrali, in primo luogo per far muovere i posti-4 e rendere la loro rincorsa più difficile, in secondo luogo per impegnare in ricezione atleti che non si allenano quasi mai allo scopo.
Chiudiamo con il muro. I block più efficaci non sono stati, alla fine, quelli che hanno portato punti diretti, ma quelli compatti, come quello della Trentino BetClic, il cui primo obiettivo era quello di chiudere ermeticamente gli spazi. Questa tattica costringe l’attaccante avversario a cercare traiettorie sempre più rischiose a cadere con sempre maggiore frequenza nel’errore, come è accaduto a Kurek in finale.
Poiché uno dei motivi per i quali è stato introdotto questo nuovo meccanismo di gioco sta nella volontà di allungare i tempi delle azioni, pur senza essere in possesso dei rilievi ufficiali possiamo affermare che la differenza è inapprezzabile: forse la azioni durano un pochino in più, ma il compenso il numero di errori si è amplificato enormemente, vanificando così ogni beneficio.

Autore
Andrea Cobbe
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