Lollo Bernardi: "Essere alle finali di Bolzano è un sogno"
Fra la terza finale di Champions League consecutiva e la Trentino Volley c'è un solo ostacolo e si chiama Jastrzebski Wegiel. Ma ad attirare gli sguardi delle migliaia di tifosi sugli spalti, in larga parte regionali, sarà lui. Lollo Bernardi, il Lorenzo da via della Malvasia. Piccolo ripasso di storia pallavolistica per i più giovani che ci stanno leggendo: Lollo nasce a Trento l'11 agosto del 1968, da piccolo vede suo fratello maggiore Paolo giocare a pallavolo e si innamora di questo sport, il grande Marco Angelini lo allena al Cus Trento squadra nella quale milita finché Padova non se lo porta in serie A1. Allora Lollo ancora faceva il palleggiatore ma un anno dopo, nella stagione 1985/1986, passa alla mitica Panini Modena e diventa schiacciatore. Modena, Treviso, Trento, Macerata, Verona, Montichiari: la sua storia poi diventa cronaca e le vittorie con la Nazionale dei Fenomeni anche. Chiuderà la sua carriera vincendo la B1 a Cles con l'Anaune Blue City, regalando la seconda promozione in serie A di un sestetto trentino dopo quella di Mezzolombardo. Ora che Bernardi fa l'allenatore dopo la vittoria ai Giochi del Meditteraneo di Pescara con la nazionale azzurra e la poco felice parentesi di Padova, in A2, eccolo da qualche mese sulla panchina dello Jastrzesbki Wegiel portata dal terzo posto a serio rischio eliminazione nella sua poule preliminare sino in final four. Dove, appunto, contenderà alla Trentino BetClic l'accesso alla finalissima. 
Buongiorno Bernardi, come sta?
«Tutto bene grazie».
Nei giorni scorsi ho letto sulla stampa polacca pezzi celebrativi per la vostra che, a tutti gli effetti, è un'impresa.
«Siamo contentissimi senza ombra di dubbio, sappiamo che abbiamo fatto qualcosa di grande. Ma adesso dobbiamo anche dimenticarci in fretta di questa final four almeno per il momento, perché domenica abbiamo iniziato le finali dei playout per salvarci nella Plus Liga (il campionato polacco, ndr). Anche se arrivare a Bolzano è stato il risultato più importante di questa società dobbiamo dimenticare questa euforia perché potrebbe essere pericoloso e per ora concentrarci solo sul campionato».
Parlando con Stoytchev mi ha detto che via sms lei aveva già predetto questo accoppiamento...
«Ma no, il giorno dopo la nostra qualificazione per la final four mi ha mandato un sms per farmi i complimenti ed io ho risposto che per noi sarà un onore potersi confrontare con la squadra più forte del mondo e l'allenatore migliore che ci sia. I risultati parlano da soli e con Stoytchev ho un ottimo rapporto».
Contro Trento per lei sarà una partita speciale a livello emotivo oppure no?
«Io adesso lavoro all'estero e sono sempre felice quando posso rappresentare il mio paese. Per me è una cosa straordinariamente bella tornare in Italia e giocarmi proprio nella mia regione un trofeo importante come questo. Poi mi sento molto trentino e Trento non l'ho mai dimenticata, sia come mia città natale sia per i due anni bellissimi vissuti poi da giocatore. Poter venire a Bolzano è molto bello, ma questo si limita ad un discorso emozionale e non certo professionale. Non posso certamente entrare in termini di paragone con la squadra campione del mondo. Professionalmente per me sarà un onore poter confrontare la mia squadra con quella più forte che ci sia al mondo».
Voi avrete poco da perdere in questa partita....
«C'è sempre qualcosa da perdere, fosse anche solamente una partita. Chiaro però non partiamo da favoriti. Molto probabilmente la frase giusta per noi è: “Per noi è un sogno, per Trento è un'ossesione”. Penso non ci sia nulla di più azzeccato per spiegare il nostro stato d'animo. Certo le pressioni del dover vincere sono tutte su Trento, ora la nostra unica pressione è riuscire a salvarci ai playout in campionato dopo tutto quello che abbiamo fatto in Champions League».
Anche se, come diceva, prima delle finali avete i playout in Polonia.
«Domenica abbiamo iniziato le finali dei playout, ma dobbiamo stare attenti a questa formula. La Plus Liga è strutturata in modo tale che le prime sei squadre al termine della regular season facciano i playoff e le ultime 4 invece i playout. Fra queste quattro squadre abbiamo giocato fra noi altre 6 gare dopo la fine della regular season e così ora si è creata una classifica che vede abbinarsi nei playout la settima con la decima e l'ottava con la nona. Noi siamo ottavi e quindi giochiamo contro la nona in una serie al meglio delle 5 partite, le 2 vincenti di questo primo turno playout hanno chiuso la stagione, sono salve. Le due perdenti invece giocano fra di loro la meglio delle 7 gare, chi perde è retrocessa in seconda divisione mentre chi vince gioca al meglio delle 7 contro la seconda della seconda divisione per restare in Plus Liga. È un campionato lunghissimo, ovvio la mia speranza sia quella di salvarmi subito in questo primo turno e poi pensare solo a Bolzano».
Queste quattro squadre sono in effetti le più forti d'Europa?
«E' sempre molto difficile dirlo, soprattutto partendo dal presupposto che non sempre la migliore o la più forte arriva a vincere. Ci sono sempre tante piccole particolarità in competizioni di questo genere e probabilmente queste quattro sono quelle che hanno meritato di più in sto momento per svariate caratteristiche. Vuoi per le loro grandi qualità tecniche e tattiche, vuoi perché hanno saputo sopperire a queste mancanze con altre cose. Forse non sono le più forti in assoluto, noi abbiamo eliminato sia nel girone eliminatorio sia negli ottavi che nei quarti squadre potenzialmente più forti di noi. Ecco, la cosa che a me è dispiaciuta è stato sentire commenti amari, anche in televisioni, verso di noi. Ovvero che noi avremmo approfittato del nostro girone perché era un raggruppamento facile. Invece noi noi non eravamo i più forti nel girone, così come non lo eravamo negli ottavi e nei quarti, ci siamo guadagnati l'accesso alle finali con sudore e sacrificio».
Il pubblico trentino non conosce benissimo la sua squadra: come la descriverebbe?
«Siamo una squadra molto unita, non abbiamo leader indiscussi in campo ma puntiamo sul collettivo, sul gioco. Siamo una squadra che ha dei limiti e dei pregi, ogni giorno lavoriamo sodo in palestra per far sì che i nostri limiti diventino dei vantaggi e che i nostri pregi aumentino».
Che ne pensa della regola del Golden Set?
«Non mi piace molto. Secondo me si dovrebbe trovare piuttosto un'altra formula, questa è molto fuorviante, troppo vantaggiosa per chi gioca la seconda partita in casa. Se vogliono arrivare al fatto di non ridurre più come in passato la seconda partita a soli uno o due set di spettacolo vero penso che debba essere studiata una nuova formula. Noi la qualificazione a Bolzano siamo andati a sudarcela al Golden Set in Belgio, mentre Cuneo e Belchatow non sono riusciti a vincere il set di spareggio in trasferta».
Com'è stato il suo impatto con questa realtà polacca?
«Positivo e più semplice di quello che mi aspettavo. Qui ho trovato un popolo disponibilissimo e gentilissimo, i polacchi sono persone eccezionali e poi dal punto di vista professionale è una esperienza al top. A livello di organizzazione e di qualità del lavoro lo Jastrzebski Wegiel è paragonabile al livello dei top team italiani».
Lei di Coppa dei Campioni ne ha vinte quattro, questa è davvero la manifestazione più bella a livello internazionale?
«Sì, a livello internazionale è la più bella e quella con più fascino, perché per vincerla te la devi davvero guadagnare. Ad esempio io sono molto contrario che nel volley, ma chiariamoci questa non è una certo una critica verso Trento ma verso questo regolamento e lo dico da anni, che chi organizza è già qualificato alle finali. Non è un caso che siamo l'unico sport a poter comprare le finali di Champions League. Non è molto seria come cosa. Potendo così contare sul grande vantaggio di quattro partite in meno e due trasferte in meno, Cuneo da questo punto di vista è stata molto penalizzata».
Lei sperava in un derby italiano a Bolzano?
«Nella partita di Mosca contro la Dinamo tifavo Cuneo in primis perché è una squadra italiana e poi perché noi avremmo incontrato Kazan e non Trento che, ripeto, reputo la squadra più forte del mondo».
Come si batte Trento?
«Non te lo dico, sennò lo leggono prima. Certo siamo consapevoli di giocare contro una grandissima squadra, ma noi partiamo con l'idea di avere rispetto massimo per tutti ma paura di nessuno. Cercheremo semplicemente di giocare la nostra pallavolo. E quando usciremo dal campo, qualunque sia il risultato finale, se avremo dato tutto quello che possiamo dare allora saremo soddisfatti».
Riesce a seguire anche dalla Polonia il campionato italiano?
«Certo, vedo tutto in tv e leggo tutto via internet. Penso sarà un campionato a due e mezzo, nel senso che come organici quelli di Trento e Cuneo sono superiori agli altri, compresa Macerata. Però da quando hanno introdotto il V-Day determinati valori vengono persi e l'incertezza del risultato aumenta. Giocando al meglio di 5 partite sono convinto che la più forte alla lunga vince sempre, così in una gara secca abbiamo già visto l'anno scorso che può succedere di tutto. Non so se Cuneo è più forte di Trento o viceversa, ma certo in una gara secca può succedere di tutto».
Di Treviso che rischia di chiudere che cosa ne pensa?
«Ho la mia idea, ovvero che a Treviso lo sport non sparirà mai. Non so se sono io ad essere ottimista o meno, ma dentro di me ho anche una parte di sicurezza che Sisley e Benetton a Treviso ci saranno sempre. Magari altri nomi o con la maglia di altri colori, ma ci saranno. Però capisco il massimo sconforto che c'è ora in città perché si tratta di una situazione incerta ed insicura, ma sono convinto che qualcuno subentrerà a breve perché penso di avere interpretato la scelta della famiglia Benetton di uscire adesso con questa cosa come il voler dare il tempo di trovare partner e fondi. Per muoversi ora per pianificare bene la prossima stagione. Alla fine mi aspetto un lieto fine, certo non collegare più lo sport trevigiano a Benetton dopo anni in cui lì si sono avuti i migliori giocatori al mondo sarà strano, ma abbino molto questa fase a quella che io ho vissuto in prima persona a Modena. Quando ci fu la cessione della Panini, passarono 5 o 6 anni prima che i tifosi smettessero di chiamare Panini la squadra. Fu un trauma anche allora, quando l'azienda fu venduta ci fu in città un trauma, un momento delicato e di transizione, ma poi si è tirata su ed è riuscita anche dopo a vincere scudetti e coppe».
Ha già deciso cosa farà l'anno prossimo? Rientrerà in Italia?
«Ancora non lo so, vedremo. Io sono partito con la consapevolezza che il mio desiderio è sempre stato quello di allenare su panchine importanti, non mi sono posto limiti di tempo o di scelta. Certo bisogna fare un percorso, questa che sto vivendo è sicuramente una grande esperienza umana e lavorativa accanto ad un gruppo di persone straordinarie. Il mio grande desiderio è di poter allenare squadre importanti che possano lottare per vincere lo scudetto del proprio paese o la Champions League, se questo mi sarà possibile farlo in Italia bene, sarò contento, altrimenti lavorerò all'estero senza problemi».